...c'era una volta, tanto tempo fa, la COMMEDIA GRECA
La parola greca "comodìa", composta da "Kòmos", corteo festivo e "odè", canto, indica come questa forma di drammaturgia sia lo sviluppo in una forma compiuta delle antiche feste propiziatorie in onore delle divinità elleniche, con probabile riferimento ai culti dionisiaci.
La Commedia Greca ebbe origine infatti dal canto "fallico" che concludeva la processione nelle feste a Dioniso nelle quali si portava in trionfo il fallo, simbolo di fecondità e avrebbe la sua sopravvenienza dalla paràbasi della commedia attica.
La "commedia" doveva colpire la fantasia del pubblico e che cosa se non il trascinare sulla scena gli uomini politici, i poeti, i letterati o filosofi del tempo? L'elemento buffonesco largamente usato, spesso, scivolava nel triviale a causa della propensione della natura umana che ha trovato comico tutto quello che di più basso si trovava nella natura umana. Troviamo l'espressione linguistica più ricca di giochi di parole, di doppi sensi, di motti, di proverbi ed espressioni popolaresche.
Da un punto di vista tecnico, la commedia è divisa in due parti separate dalla paràbasi cioè da un canto in cui il coro spogliatosi del costume va sul proscenio a parlare con il pubblico spiegando l'intenzione dell'autore e prendendo le difese dalle critiche degli avversari. La prima parte è una specie di antefatto, mentre la seconda è una serie di scenette inframezzate da canti.
Aristofane ebbe, tra l'altro, il merito di fondere gli elementi sparsi della commedia dandole una struttura definitiva.
e poi quella ...ROMANA
A Roma la commedia nacque con Livio Andronico che, nel 240 a.C., portò sulla scena una commedia e una tragedia greca tradotte. Ma nel teatro comico romano, a differenza di quanto accade nella commedia greca delle origini, manca un vero e proprio senso religioso. Inoltre l’attore e il poeta non sono tenuti in grande considerazione.
Dalla commedia importata dalla Grecia si distinguono alcune forme comiche autoctone: il fescennino, la satira e l’atellana il cui nome proviene da Atella, città osca della Campania. Invece il mimo è importato dalla Magna Grecia, anche se nel nuovo ambiente subisce qualche trasformazione. In tutte le commedie latine sono conservate le unità di tempo e di luogo.
il passo successivo, la COMMEDIA GOLDONIANA
Goldoni scrisse per il Teatro nel tentativo di "riformarlo", perché vide una compagnia di comici fischiata e diteggiata dal pubblico, Goldoni così, con il teatro, intendeva mettere alla berlina gli aspetti viziosi della società civile per mezzo del comico.
La riforma Goldoniana fa perno sull'introduzione stabile del 'carattere', ovvero personaggi immediatamente riconoscibili nel tessuto sociale cittadino, il carattere non deve essere semplicemente riconoscibile, ma deve anche essere funzionale ad uno sviluppo narrativo plausibile ed avvincente. Altro elemento della riforma Goldoniana è il 'tempo', un determinato personaggio vive il suo presente nel timore che i suoi progetti falliscano e nella speranza che vadano a buon fine, quindi vive un presente negativo giocato sulla paura di perdere ciò che si ha o di imbattersi in vecchi e nuovi dolori, ma anche sulla speranza di piaceri sempre nuovi.
Con Goldoni il comico non è più una banale gag, numero isolato, ma motivo di scioglimento della storia, le sue strutture testuali appaiono distanti anni luce dagli intrecci della commedia cinque-secentesca, intessuti di beffe ed equivoci che non si dipanano nella tensione di un progetto, ma vivono solo nel montaggio giocoso.
Le lingue di Goldoni sono tre: il veneziano, l'italiano e il francese. Il dialetto della sua patria è una vera e propria lingua, in veneziano venivano scritti documenti ufficiali. Ad ogni personaggio attribuiva un suo vocabolario e il dialetto lo utilizzava non come strumento di caratterizzazione semplicemente burlesca ma bensì funzionava a diversificare e caratterizzare i parlanti in azione scenica, Goldoni non si preoccupava della grammatica ma della coerenza di un determinato linguaggio in bocca ad un determinato individuo scenico. Il suo francese risulta lingua colloquiale e strutture sintattiche dell'italiano sono modellate da esso.
...ci avvicinaimo, arriva il CABARET FRANCESE
La nascita del "Cabaret" è legato al Café-Chantant e le origini del Café-Chantant si perdono nella notte dei tempi, poiché fatti, misfatti e tradizioni provengono da una serie di aneddoti e notizie che danno la giusta misura della storia, a volte misteriosa e leggendaria, che avvolge questa parte dello spettacolo. Il termine "caffè" si udì per la prima volta a Marsiglia nel 1650, per indicare una bevanda importata dall'Oriente e che ben presto entrò in uso nelle abitudini dell'alta società.
Non passò molto tempo che a qualcuno venne l'idea di sfruttare commercialmente il successo del caffé, e così l'armeno Pascal, nel suo ristorante a Foire Saint-Germain, offriì alla fine del pasto la degustazione della nuova bevanda.
Il successo di questa iniziativa fu tale che ne seguirono molte altre in Francia, ma soprattutto a Parigi, ed è qui, in Rue des Fossés Saint-Germain, che il signor Procope aprì il primo "bar" d'Europa.
Ma come è avvenuta la sua trasformazione in Café Chantant prima e Caffè Concerto poi?
Fu veramente un caso. Infatti, nel 1729, a Parigi nacque la prima Società Letteraria, con la finalità di sviluppare la canzone come espressione culturale e il detsino volle che la sede scelta fosse un Caffè, il "Caveau", situato vicino a Palazzo reale.
Nel 1806 il nome venne modificato in "Le Caveau Moderne", ed il locale fu ampliato per poter così ospitare un maggior numero di spettacoli e attravzioni, sempre accompagnati dalla degustazione dell'ottima bevanda. Ed ecco che, in uno stesso luogo, venivano riuniti militari, impiegati, nobili, banchieri, ecc, tutti convenuti allo scopo di distrarsi e di ascoltare, ma soprattutto di vedere, la "sciantosa", sempre disponibile al sorriso ed alla strizzatina d'occhio.
Così, Parigi diventò il centro europeo della "belle-époque", ma i locali adibiti a Caffè-Concerto diventarono numerosissimi anche in altre nazioni come Austria, Germania, Inghilterra, Spagna e Russia.
In realtà i gestori dei Caffè usavano le attrazioni musicali solo come "specchietto per le allodole", cioè per gli avventori, che gustavano bevande e gustosi cibi speciali in grande quantità.
Infatti, la poca attenzione per la scenografia era evidente: l'attrezzatura si limitava ad una semplice pedana su cui suonava un'orchestrina (Caffè-Concerto) o accompagnata da una cantante (Café-Chantant).
Visto il successo ottenuto e la concorrenza che si facevano i proprietari, ciascuno decise di arricchire lo spettacolo, offrendo al pubblico anche numeri con giocolieri, illusionisti e comici.
Questa mutazione del Caffè da "bar" a luogo di spettacolo avvenne nella seconda metà del XIX secolo, in tutta Europa e principalmente a Parigi, dove il Café Chantant raggiunse il suo massimo splendore in locali quali il mitico "Moulin Rouge", "Le Chat Noire", "Les Folies Bergère".
ok, ci siamo!, ecco il CABARET ITALIANO
Fin dai tempi di Villon e Rabelais, bettole e mescite di vino costituivano luoghi di ritrovo abituale per intellettuali e artisti che si esibivano in feroci invettive contro la pedanteria degli accademici. Tuttavia la mescolanza di canti, scenette e soliloqui nota oggi come cabaret nacque a Parigi nel secolo scorso. Il termine designava gli spettacoli e le esposizioni organizzati in locali e caffè da giovani pittori e poeti come vetrina per il proprio lavoro.
I maggiori caffè-Concerto in Italia, che nulla avevano da invidiare a quelli parigini, furono il Caffè "Florio" a Torino, il "Greco" a Roma, il "Caffè della Scienza" a Bologna. Napoli poi aveva il primato: il "Flora", il "Diodato", il "Veneziano", "I Cavalieri" sono soltanto alcuni tra i caffè più frequentati da artisti, letterati e ricchi borghesi.
Ma quali furono le principali attrazioni del caffè? E in quale modo hanno potuto monopolizzare l'attenzione di persone appartenenti ai più vari ceti sociali?
A quest'ultima domanda si potrebbe rispondere affermando che, come sempre succede nella storia socio-economica di qualsiasi paese, ad un periodo di grande depressione finanziaria e quindi politica, corrisponde paradossalmente un altrettanto grande desiderio, da parte della popolazione, di divertimento, quasi a voler dimenticare i problemi quotidiani, nell'incertezza del domani.
A questo il Caffè corrispondeva perfettamente, soprattutto quando, col passare del tempo, questa forma di spettacolo si raffinava e migliorava di qualità.
Comunque, le figure tipiche rimasero le "sciantose" e i " macchiettisti".
Quello della vita della sciantosa è un quadro tutto ombre e luci: "è una creatura giunta dai bassifondi, decisa a crearsi un proprio spazio nel mondo, attraverso lo spettacolo, gettandosi alle spalle tradizioni, luoghi comuni e tabù".
Lo stesso Salvatore Di Giacomo mette a fuoco una domanda sulle sciantose, che viene spontanea a tutti: "Ma che cosa dunque sospinge sulle libere scene del Café Chantant queste sciagurate di cui la numerosa e recentissima schiera è addirittura una germinazione di plebe? Quale desiderio, quale necessità solleva il volgo fino a fargli raggiungere luoghi ove prima l'arte addusse più aristocratici, più adatti elementi alla sua manifestazione e alla sua parola?".
Probabilmente, uno dei fattori più importanti che spingevano le ragazze del popolo a questa scelta piena di pericoli e delusioni, era la necessità di sopravvivere a qualunque costo, in un mondo dove la miseria e la disoccupazione erano una piaga inguaribile, specie per le donne.
Ma proprio queste donne avevano dentro di loro anche quell'istinto teatrale che le ha rese protagoniste della storia del Café Chantant.
I nomi dei personaggi femminili sono numerosissimi, anche se la maggior parte poi spariva nel nulla.
Quasi tutte le sciantose italiane usavano nomi francesi allo scopo di nobilitarsi, e imbottiture nei punti giusti per accontentare gli sguardi indiscreti del pubblico.
Con il passar del tempo il loro ruolo divenne più prestigioso e professionale, tanto da attrarre uomini di cultura e di spettacolo. Lo stesso Di Giacomo dedicò una canzone a una sciantosa che amò: Emilia Persico.
Questa trasformazione di ruolo si avvertì anche nel vestire e nel comportamento. Così le signore, divenute anch'esse frequentatrici dei Caffè, imitavano i gesti e l'abbigliamenti di quelle donne che facevano impazzire qualsiasi uomo.
Ecco trasformarsi perciò un elemento di spettacolo in un fatto di costume, inserendosi così nella storia della fine dell'Ottocento. Da una novella di Ugo Ricci, tratta dal libro di Gaslini e che racconta della triste fine di Nelly Floupette, è possibile capire come fosse una scoiantosa e quale fosse il suo modo di vestire, poi divenuto quello delle donne del suo tempo: "... una bella inebriante ragazza dai capelli rossi, piuttosto truccata e vestita con l'audace ed artificiale semplicità che era di moda a quel tempo. Essa a Torino, al "Caffè Romano", faceva il "numero" del "centro", barcollando sui tacchi di un paio di scarpette di raso lilla. Tutto un patrimonio di gioielli sfolgorava sulla sua epidermide liliacea e nel serto di foglie vizze figurato dai suoi capelli era goffa, squisita, fragile, bizzarra e pietosa.
Per citare solo alcuni personaggi del tempo possiamo ricordare Amalia Faraone, Olimpia Davigny, Rosa de Saxe, Ersilia Sampieri, Joly Fleur, Leda del Cigno, Lucy Charmante, anticipatrici del divismo cinematografico primo Novecento e delle celeberrime prime donne, quali:Anna Fougez, Lina Cavalieri, Elvira Donnaruma, Carolina Otero (la bella Otero), Cleo de Merode.
Dopo il lungo elenco femminile, ricco di immagini tristi, patetiche, ma anche romantiche e intense, possiamo parlare dei personaggi maschili, che tanta parte hannoavuto nello sviluppo di questa forma di spettacolo. Vista al maschile, la vita del "macchiettista" assomiglia a quella della chanteuse; stessi desideri, sacrifici e lotte.
Furono molto amati dal pubblico perchè mettevano in scena le abitudini e i difetti di ognuno, con quell'autoironia e parodia che trascinavano l'uomo a ridere di sè.
Nomi quali Petrolini, Fregoli, Viviani sono rimasti nella storia dello spettacolo. Il Café Chantant, per molto tempo disprezzato, in realtà è stata importante testimonianza dell'epoca: "Attraverso la letteratura del Café Chantant, si ha la possibilità di ripercorrere le tyappe essenziali di una società che si stava avviando verso un profondo rinnovamento dei costumi e del pensiero".
Cristallizzò l'epoca umbertina e la prima guerra mondiale, insieme ai limiti e alle demarcazioni delle classi sociali, che si rispecchiavano nei tipi di Caffè. Anche il linguaggio adottato fu una chiara dimostrazione del pensiero culturale, che si divideva in due diverse interpretazioni: il dialogo intessuto di ironia e doppi sensi che camuffava una sottile verità e il linguaggio poetico che affascinava nobili e banchieri.
Di conseguenza, sarebbe superfluo sottolineare l'importanza dell'analisi di questa forma di spettacolo, per la quale è giunto il momento della rivalutazione culturale.
In Italia il Cabaret vero e proprio non è mai riuscito ad affermarsi in maniera convincente e il suo spazio è sempre stato occupato da quello del teatro di rivista, dal varietà e dai Teatri minimi (come la compagnia dei Gobbi).
Un riferimento d'obbligo è il Salone Margherita di Roma e Napoli che, inaugurati tra il 1890 e il 1898 come café-chantant, hanno fuso successivamente in uno, nel varietà, i due spettacoli che non hanno resistito nel tempo: il café concerto e l'avanspettacolo con i balletti delle girls, gli scenari, i vestiti e le canzoni, unitamente alla genialità che le dettero i Petrolini, i Fregoli, i Bambi, i Maldacea, i Pasquariello, i Viviani e le chantauze Anna Fougez, la Bella Otero, la Donnarumma e tante altre ancora. Poi il cinema, il teatro di varietà ed infine il Cabaret con la compagnia del Bagaglino che dal 1972 ha irradiato in TV gli spettacoli Dove sta Zazà, Biberon, Créme Caramel e tanti altri.
Il Cabaret si sviluppò in Italia intorno alla fine degli anni 50, in ritardo rispetto agli altri paesi europei, dalla rivista da camera. Al cabaret milanese, inizialmente impegnato culturalmente e politicamente attraverso la satira, con testi spesso scritti da intellettuali di sinistra, si opponeva il cabaret romano volto esclusivamente a divertire il pubblico e volutamente distante da implicazioni intellettuali o politiche. Esordirono o recitarono nel cabaret alcuni attori quali Dario Fo, Paolo Paoli, Paolo Villaggio e Diego Abadantuono.
Tra i protagonisti del Cabaret Italiano ricordiamo Paola Betti e Giancarlo Cobelli, Franco Nebbia, Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Nanni Svampa, Lino Patruno, i Gufi, La Smorfia, I gatti di vicolo Miracoli, Massimo Boldi, Teo Teocoli, Marco Messeri e Roberto Benigni.
Negli ultimi anni si è verificata una ripresa del Cabaret, ormai impoveritasi dal punto di vista dei contenuti e della carica satirica, con l'affermazione di figure spesso precedentemente o contemporaneamente consacrate dalla televisione quali Zuzzurro e Gaspare, David Riondino, Paolo Rossi, Lella Costa, Antonio Albanese, Corrado e Sabina Guzzanti.
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