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| Raffaele Viviani |
| a cura di Serena |
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"Nacqui a Castellammare di Stabia la notte del 10 gennaio 1888, all'una e venti, figlio di un cuor d'oro di donna e di un padre cappellaio, che più tardi divenne vestiarista teatrale…" (Raffaele Viviani). All'età di quattro anni e mezzo, Viviani debuttò, in seguito alla malattia di un noto comico di varietà, in un Teatro di Porta San Gennaro, a Napoli: Teatro ove il padre ogni sera "portava roba", accompagnato dal piccolo Raffaele che, dalle quinte, aveva finito con l'imparare a memoria tutto il repertorio del macchiettista. A sedici anni ebbe il suo primo personalissimo successo interpretando "'O Scugnizzo" di Capurro Bongiovanni.1908: A vent'anni Viviani era già una grande vedette del varietà italiano. 1917: in seguito alla disfatta bellica, tutti i giornali fecero la campagna per far chiudere i Varietés che, secondo loro, offrivano uno spettacolo poco edificante ai reduci dal fronte... "Io colsi la palla al balzo...e debuttai al Teatro Umberto di Napoli con un atto unico, "'O vico", scritto da me, che ebbe un insperato successo...Improvvisato tra i tipi del mio repertorio, legati con un certo filo logico, affinchè esso avesse una cotal parvenza di unità" (R. Viviani). ![]() II vicolo napoletano, con i suoi bassi, la "sua" miseria, quella ululante, disperata, sarcastica, prorompente, era stato sempre per Viviani, lo scenario familiare e vivo di quel mondo della strada da cui tutte le "sue" creature erano emerse; e nel vicolo ambientò la sua prima commedia. Seguirono subito lavori divenuti, poi, famosissimi: "Via Toledo di notte"(1918); "Piazza Ferrovia" (1918); "Borgo Sant'Antonio" (1918); "Scalo Marittimo"(1918); "Porta Capuana" (1918); "Piazza Municipio"(1918); "Osteria di campagna" (1918); "Caffè di notte e giorno"(1919); "Eden teatro "(1919); "Marina di Sorrento"(1919); "Lo sposalizio"(in collaborazione con G. Pisano-1919); "Festa di Piedigrotta" (1919); "Caserta-Benevento-Foggia" (1919); "Campagna napoletana" (1919). In poco più di un anno scrisse e mise in scena sedici commedie che, esaminate oggi con criterio strettamente critico, e lontani dalla pesante suggestione che esercitò l'attore, rappresentano la pietra angolare dell'edifizio di Viviani-scrittore. In tutti questi lavori Viviani porta sul palcoscenico le strade di Napoli; porta se stesso e la gente che ha conosciuto da vicino...La strada è subito il denominatore comune, la gran madre dell'ispirazione vivianea. Ma se con "'O vico" era nato un commediografo, già molto tempo prima era nato, dalle macchiette e dai duetti con la sorella Luisella, il poeta.1919. Viviani, con il suo teatro schiettamente popolare, con il suo teatro della plebe e della strada, conquista anche i grandi critici. E il 27 dicembre, all'indomani della prima di "Festa di Piedigrotta", sul "Giorno", Matilde Serao afferma:"...Il teatro di Viviani cammina veloce sul suo binario. E andrà avanti assai... Viviani ormai non è più un fenomeno del teatro napoletano, ma un fatto di eccezionale importanza artistica..." Spesso, specie nelle sue prime commedie, dai vicoli, sbocca la malagente dei quartieri malfamati...anche con la sua protervia, con il suo rancore sordo e con la sua violenta capacità di approfittare dei deboli. Ma Viviani è soprattutto un poeta drammatico che commisera la malavita e domanda a gran voce un mondo migliore. La sua attualità è, a volte, miracolosa. E quale commiserazione più centrata che l'ironia, il graffiante sarcasmo con cui tratta i "suoi" guappi?...Su di essi, nelle sue opere, sono disseminate battute deliziose, evidentemente, spietatamente, irrimediabilmente satiriche! Viviani musicista? "...In quanto alle musiche, le canticchiavo destando l'ammirazione del Maestro, perché il periodo musicale era giusto e la frase aveva il suo sviluppo. Anche nella musica, semplicità di mezzi: piccole frasi che arrivando al cuore riuscivano a suscitare quello stato d'animo che io intendevo dare al mio personaggio e creargli un'atmosfera... "(R. Viviani). Nella stragrande maggioranza delle opere di Viviani c'è musica ed essa ha un'importanza assoluta e una funzione insostituibile: attraverso i canti, i melologhi, le melopee, l'autore crea subito e imprigiona lo spettatore in un'atmosfera magica, di rapimento.
"Lo sposalizio" del 1919 (in collaborazione con G. Pisano), è il ponte che collega le 16 commedie di quel periodo, rappresentante la cosiddetta "prima maniera" vivianesca, a "Campagna napoletana", sempre del 1919, "Circo equestre Sgueglia" (1921) ed a "Fatto di cronaca" (1922), che sono i primi esemplari della "seconda maniera". Cominciava in questi stessi anni, con l'avvento del Fascismo, l'ostracismo ai dialetti e, specialmente a chi, come Viviani, in dialetto, denunciava miserie e soperchierìe. Ma Viviani non si arrese e non cambiò modulo. E proprio perché non si arrese, inesorabilmente, la sua vita artistica divenne sempre più dura, fino a quando "piazze", come Milano, gli furono praticamente chiuse. O quasi.Dalla maturata coscienza nei suoi eccezionali mezzi artistici Viviani fa sgorgare, negli anni che seguono, degli stupendi, nuovi capolavori: "Don Giacinto" (1923); "Vetturini da nolo"(1927); "La Musica dei ciechi" (1927); quest'ultima, in assoluto una delle opere più belle del teatro europeo del Novecento: poesia profondissima e dolorosamente umana. Comincia, anche, con le opere che si susseguiranno in questi anni, ad emergere la misura del rispetto di Viviani per il mondo del lavoro. Commedia dopo commedia, trasparirà sempre più evidente la sacralità dell'atto, della movenza, dello sforzo fisico che consente al pescatore, al fornaio, al muratore, all'operaio in genere, di raggiungere il suo risultato di civiltà e progresso. E' la "poetica del lavoro". Da " Pescatori" (1924), attraverso opere notevolissime, come "Zingari" (1926), "Morte di Carnevale" e "Nullatenenti" (1928) e fino a "Mastro di forgia"(1931), "L'ultimo scugnizzo" e "L'imbroglione onesto"(1932), si sviluppa il significante messaggio verso l'operosità, il "sentito" riconoscimento alle geniali capacità dei nostri lavoratori. Le commedie scritte dal 1931 in poi sono spesso centrate intorno ad un carattere di uomo probo, assennato, appassionato del lavoro...Ed è vero, altresì, che la concezione di personaggi moralmente sani era stata di sempre, fin dai primi atti unici, perché connaturata in Viviani, collegata alla sua indole, alla sua forma mentis... Le nuove commedie sono l'espressione di un'arte che trae la sua origine dalla sincerità e dalla purezza di vita dello scrittore. Viviani è fedele a tutta la sua arte. L'attore napoletano, oggi, fa spesso il "mamo". Viviani non lo ha fatto mai. Come autore le sue commedie sono di carattere svariato, per le possibilità infinite che l'interprete si riconosceva. Non sono opere fatte su misura per se stesso (non ne aveva bisogno!); il soggetto-attore sapeva dilatarsi per cento dimensioni diverse. Anche tra le commedie del cosiddetto "ultimo periodo" vi sono autentici capolavori; come chiamare sennò "I vecchi di San Gennaro"(1933), "Mestiere di padre"(1935), "il pazzo sono io" (in collaborazione con S. Ragosta - 1937), "Muratori" (1942) e, soprattutto, "La tavola dei poveri" (in collaborazione con il figlio Vittorio - 1942)? Da quest'ultima opera è stato tratto un film interpretato dallo stesso Viviani per la regia di Blasetti. Consentiteci, a questo punto, di avere un debole per una commedia di Viviani particolare; particolare, perché ambientata nella zona del porto di Castellammare di Stabia, la sua Castellammare; la commedia è "Padroni di barche". Con questa commedia "...dove i concetti e la visione della realtà sono ordinati in una architettura stabilissima" (P. Ricci-1937), Raffaele Viviani lasciò il testamento di un immenso amore per la sua Città natìa e, insieme, anticipò, sintetizzandole con geniale intuizione, le amarezze degli stabiesi di ieri e di oggi. Almeno, Raffaele Viviani morì nella sua casa di Napoli la notte del 22 marzo 1950. "Napoli difficilmente ripeterà, s'ammucchi quanto tempo ha il Tempo, il miracolo di Raffaele Viviani (G.Marotta). "Lassammo sta ca io, puro quanno moro, voglio 'o rispetto 'e chi mme parla e scrive, e po' si attocca pure 'a statua d'oro. Chille m' 'a fanno, pe' dispetto a 'e vive." |
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| Anno | Spettacolo
| 1917
| O vico
| 1918
| Via Toledo di notte
| 1918
| Piazza Ferrovia
| 1918
| Borgo Sant'Antonio
| 1918
| Scalo Marittimo
| 1918
| Porta Capuana
| 1918
| Piazza Municipio
| 1918
| Osteria di campagna
| 1919
| Caffè di notte e giorno
| 1919
| Eden teatro
| 1919
| Marina di Sorrento
| 1919
| Lo sposalizio
| 1919
| Festa di Piedigrotta
| 1919
| Caserta-Benevento-Foggia
| 1919
| Campagna napoletana
| 1921
| Circo equestre Sgueglia
| 1922
| Fatto di cronaca
| 1923
| Don Giacinto
| 1927
| Vetturini da nolo
| 1927
| La Musica dei ciechi
| 1924
| Pescatori
| 1926
| Zingari
| 1928
| Morte di Carnevale
| 1928
| Nullatenenti
| 1931
| Maestro di forgia
| 1932
| L'ultimo scugnizzo
| 1932
| L'imbroglione onesto
| 1933
| I vecchi di San Gennaro
| 1935
| Mestiere di padre
| 1937
| Il pazzo sono io
| 1942
| Muratori
| 1942
| La tavola dei poveri
| -
| Padroni di barche
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| Primma 'e me dì chi sì, dimme c'he fatto: è chella 'a carta 'e vista, 'a patente; Chi parla sulo e nun ha fatto niente, apposta d'avanzà, perde cuntatto... |
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