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| La Famiglia Maggio |
| a cura di Serena |
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(I genitori Mimi', Antonietta e i figli Enzo, Dante, Beniamino, Pupella, Rosalia e Margherita) Beniamino Maggio ha recitato anche a Parigi: io c'ero e lo devo raccontare. E' successo nel 1984 in un teatrone elegante di Pigalle per un festival di quelli che ogni autunno, a Parigi, ospitano spettacoli stranieri. Si dava e' Ôna sera Ôe Maggio: in scena, oltre a Beniamino, c'erano le sue sorelle Pupella e Rosalia. Nascosti in buca stavano tre scatenati musicisti (pianoforte, contrabbasso e batteria: formazione classica) e dietro le quinte un accorto regista. Poi gironzolavano per i camerini e nel retropalco amici e appassionati che avevano il compito di garantire un po' di italianita' ai tre vecchi attori in trasferta all'estero. Lo spettacolo era di quelli memorabili, con tre grandi interpreti per una volta ancora insieme alle prese con i rispettivi cavalli di battaglia del varieta' vissuto prima nella compagnia c'era stata dei genitori Mimi' e Antonietta, poi nelle formazioni proprie dagli anni Quaranta in poi. ![]() Non c'era trama e piu' o meno capitava questo: nel primo tempo i tre uscivano a turno alla ribalta per fare ognuno un proprio numero; nel secondo tempo, invece, ci s'immaginava durante la Seconda guerra tra le rovine di Napoli con Pupella truccata da sciuscia' e Rosalia e Beniamino vestiti da vecchi comici, due sfollati in cerca di pubblico e lavoro. Ma invece di possibili impresari, i due trovavano solo lo sciuscia' che non aveva alcuna voglia di ridere di fronte alle loro cretinate incongruenti. Insomma, Beniamino e Rosalia dovevano far ridere la platea con i loro antichi duetti, mentre Pupella aveva il compito di infilare qui e la' qualche accenno drammatico. Per non far dimenticare agli spettatori che sempre di fame e di miserie si stava parlando. Il lungo debutto parigino comincio' un mercoledi' pomeriggio presto con l'arrivo degli artisti sospettosi in teatro: solo Beniamino, dei tre il piu' vecchio e quello meno in salute - era ben al di la' dei settant'anni -, arrivo' in macchina; Pupella e Rosalia si inseguivano sul metro' come due ragazzine curiose. Il teatro parve enorme e freddo, con un decoro di velluto rosso troppo scuro: come si riuscira' a ravvivarlo? Fra qualche comprensibile dubbio i tre si rifugiarono in camerino: il trucco delle prime all'estero dura assai piu' del solito. Gia' da molti anni Beniamino aveva una gamba rigida: diceva di essersela rovinata facendo un salto mortale su un palcoscenico che aveva ceduto di schianto. Forse era vero, perche' da giovane era stato ballerino acrobatico. Comunque, non camminava spedito: faceva sistemare in quinta una sedia per se' e una per un amico.Accanto alle due sedie appoggiava tutti i suoi costumi di scena, giacche e cappellini di raso rosso e nero: non ce la faceva, tra un numero e l'altro, a tornare in camerino per cambiarsi. L'inizio dello spettacolo era fissato per le nove di sera: alle sette in punto Beniamino stava gia' seduto comodo, perfettamente truccato, sulla sua sedia dietro alla quinta di destra. Chiacchierava poco: chiese informazioni sui parigini, su Roma, sul papa, e ne diede sui suoi guai antichi ("Nico', che ne sai tu, dei guai miei? Tu sei fortunato, tu stai a Roma e a Roma c'e' il papa..."). racconto' qualcosa di se' e di suo fratello Dante, di come trent'anni prima o chissa' quando era venuto loro l'idea di sporcare le canzoni alla moda, infilando tra i versi allusioni pesanti, gesti bizzarri, giochi di parole. Descrisse minuziosamente, quasi con invidia, la bravura del fratello Enzo, che avrebbe dovuto sfondare nel cinema e invece era rimasto solo una comparsa. Racconto' della sorella piu' piccola, Margherita, la danzatrice, nata per ultima e morta prima di tutti gli altri. E racconto' del padre Mimi', bello, alto, con i capelli impomatati, finedicitore, che s'era ancora nell'altro secolo e gia' faceva compagnia di varieta'. Beniamino continuava a stare seduto comodo, ma gli tremavano la gamba malata e la voce. Ogni tanto, poi, chiedeva rassicurazioni sulla cena: voleva essere portato in una pizzeria a St-Germain, gestita da un napoletano che era stato amico suo. E allora parlo' di cucina spiegando, per esempio, come si deve preparare una buona pasta e fagioli: "Bella bella azzeccata sotto". E altre ricette del genere. Passarono le otto e passarono le nove: il pubblico, numerosissimo, comincio' a vociare; prima Rosalia e poi Pupella si presentarono dietro le quinte per l'inizio dello spettacolo. I primi applausi li strappo' Rosalia con la sua aria navigata, con il suo francese maccheronico e colorito, con i suoi colpi d'anca e le sue allusioni che oltrepassavano qualunque grammatica. fece Bammenella, una celebre canzone di Viviani e poi La casta Susanna, una variazione sui piu' celebri valzer viennesi che, diceva, Marcello Marchesi aveva scritto proprio per lei. Ebbe un successo strepitoso: applausi a scena aperta e "brava" ripetuti a gran voce dal pubblico. Toccava a Pupella. Prima doveva recitare Donn'Agnese, una macchietta d'epoca scritta per Maldacea e nella quale si tratteggiava il ritratto buffo di una vedova in cerca di marito. Poi il copione le assegnava un pezzo sulla tragica morte in scena del pulcinella ottocentesco Antonio Petito. In Italia, con quella scena Pupella riusciva a commuovere anche le sedie, grazie alle sue pause e alla sua vocina rotta. Ma quella sera no: quella sera voleva far vedere a Rosalia che anche lei, Pupella, sapeva far divertire i francesi. Giro' intorno alla drammatica storia cercando un appiglio per rovesciare tutto. E lo trovo', alla fine, nel nome di Petito: un suono che faceva ridere inspiegabilmente i parigini.
Ando' avanti per mezz'ora, trasformando quella scena tragica in uno dei numeri piu' esilaranti della sua carriera: alla fine, giustamente, ci fu un'ovazione. Beniamino se ne stava buono buono seduto dietro la quinta di destra: ogni tanto entrava in scena, faceva il suo numerino veloce accanto a Rosalia e poi tornava seduto. Non parlava, probabilmente cercava di capire che cosa stesse succedendo: perche' quella lunga tirata di Rosalia e perche' tutte quelle risate durante la scena di Pupella? Poi venne il suo momento, quello in cui doveva uscire da solo con un cappelletto a cilindro rosso e con gli occhi ancora piu' bordati d'azzurro; Erano occhi pieni d'acqua i suoi: l'azzurro li svuotava magicamente. Usci' in scena mentre i tre dell'orchestra suonavano l'introduzione del suo, pezzo, Juana. Non disse nulla e guardo' tutti gli spettatori negli occhi, distintamente: fece un'espressione attonita e sorpresa, come di chi aspetta qualcosa. Resto' fermo, appeso alla luna che immagino' li' fuori e ai riflettori francesi che vide li' dentro. Una maschera tagliente, dignitosa, disgraziata, sognante. Immobile. Il pianista capi' e attacco' di nuovo l'introduzione, capita che gli artisti la facciano ripetere per prolungare l'attesa. Ma Beniamino ancora niente, non una voce, non un gesto, solo la smorfia pallida con la bocca un po' a cuore e gli occhi interrogativi. Rosalia s'affaccio' in quinta e chiese: "Ma che sta facendo?". Silenzio. Il secondo giro dell'introduzione non fece in tempo a finire e il pubblico si alzo' in piedi: chi rideva, chi applaudiva. E tutto grazie agli occhi fondi e alla bocca silenziosa del comico che se ne stava muto con quel suo cappellino stupido in testa. Il pianista attacco per la terza volta. il pubblico in piedi ancora applaudiva e Beniamino, con la sua gamba matta e bloccata, si mosse. Rosalia che era rimasta li' in quinta penso' a un miracolo: perche' beniamino stava accennando qualche passo di danza, un can-can, una piroetta. Sembrava un bambino: rideva, saltellava. Poi ringrazio', zitti' tutti e si mise a cantare Juana. Fini' la macchietta senza altre interruzioni e torno' in quinta che ancora lo applaudivano. Appena fuori la portata degli sguardi del pubblico si fermo', chiamo' il suo assistente e si fece trascinare sulla sedia: un momento prima aveva ballato e adesso sembrava morto. Si mise seduto senza smorfie, non pareva sorpreso ne' contento, non disse nulla per un po'. Poi mi chiese: "C'andiamo, allora, alla pizzeria napoletana?". "Ma non siete stanco, questa sera?". "No. Io mica recito: faccio Ôe ppause". |
| Anno | Spettacolo
| 1957
| La venere coi baffi
| 1982
| 'Na sera 'e...Maggio
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